Mercoledì Dicembre 08 , 2021
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Crisi e ingegnere o ingegnere in crisi? ...il pericoloso declino

“C’è una forte domanda di singole grucce su cui gli atterriti individui possano appendere collettivamente, anche se per breve tempo, le loro paure individuali” - Bauman, Modernità liquida.


Niente di più difficile, ma niente di più necessario. È la crisi stessa ad obbligarci: ci costringe a identificarla, a pensarla, a difenderci. Ci costringe a definire nuove speranze, ad essere interpreti del nostro tempo. Dimentichi, i più, che come mai in passato, che stavolta “l’ingegnere è davvero in crisi”. Siamo abituati a dibattere sulle correnti progettuali, ma non abbiamo mai sufficientemente messo in discussione la professione di ingegnere, se non in contrapposizione a quella dell’architetto. Capaci di capire che il progetto è un complesso problematico, siamo estremamente incapaci di ripensare con la stessa forza la nostra professione, abbandonandola al causale o determinato inevitabile accadere degli eventi. Incapaci di dare risposte e porci le giuste domande per trovare soluzioni.

Deleghiamo alla politica, agli economisti, ai grandi sistemistiì, chiediamo lavoro, ma sempre nell’ottica della storicizzata idea dell’ ingegnere progettista. E aspettiamo: quasi come scrittori che sperano che il bianco abbagliante del foglio di carta presenti almeno la cancellatura di un tentativo. Increduli: perché non va bene uno schizzo progettuale? Una relazione tecnica sintetica? Magari un disegno? Siamo ingegnere noi, non scrittori.

L’ingegnere è in crisi, nuovo disoccupato del mondo del lavoro, di un settore immobiliare e edilizio che è sembrato riflettere per primo il fallimento dell’attuale mercatismo finanziario internazionale. La modernità “liquida” è caratterizzata da una profonda trasformazione dell’individuo. Al fine di allontanare da sé l’autocondanna e la disistima (con cui convivere sarebbe uno sforzo insormontabile), l’uomo postmoderno cerca di ridurre la complessità della propria esistenza, cercando altrove le cause della propria finitezza, irrimediabile scontentezza. Riconducendo il problema all’intellegibile, all’affrontabile, cerca di trovarvi un rimedio.

La prima operazione che in questo processo deve essere affrontata è la trasposizione del problema dalla sfera privata e personale a quella pubblica e partecipata. “C’è una forte domanda di singole grucce su cui gli atterriti individui possano appendere collettivamente, anche se per breve tempo, le loro paure individuali” (Bauman, “Modernità liquida”).

L’ingegnere oggi deve appellarsi alla sua capacità di comprensione del globale, dell’insieme: deve farsi carico del problema, smettere di “cercare singole grucce”, divenire padrone del destino della propria professione. Qui il contributo che possiamo condividere, sia nel proprio ambito, se non su larga scala, almeno nella comprensione della nostra professione: comunicare il cambiamento; anticipare la previsione futura agendo sul presente e mai negando le fondamenta della memoria del passato; analizzare la società attuale e spiegare ciò che sta accadendo e quale strada può essere intrapresa. E poi scegliere gli strumenti con cui agire, le modalità di intervento con cui attuare ed indirizzare il cambiamento. Consapevoli che le soluzioni riposte nella geopolitica, nell’identità della prossimità e di tutto quanto sia frutto unicamente della paura, non sono un percorso costruttivo, ma il cui unico risultato è l’implosione dell’individuo, continuamente destinato a un processo infinito e ciclico di ricerca di una individualizzazione autoreferenziale ed autodeterminata.

Dobbiamo guardare “lontano e da lontano”. Per riappropriarci dei contenuti. Dobbiamo sondare le possibilità del nostro sviluppo professionale futuro e per farlo dobbiamo “fare il giro largo”, così largo da perderci nel mare infinito, nell’oceano delle possibilità, per poi tornare, noncuranti se il viaggio di ritorno sia stato compiuto su una scialuppa di salvataggio o su di un transatlantico.

Dobbiamo mettere al centro della nostra progettualità la professione dell’ ingegnere: dobbiamo saper sfruttare gli elementi che da sempre ci qualificano affinché divengano punti di forza nell’affrontare nuovi sbocchi professionali, dal controllo tecnico al project management, dalla validazione progetti alla sostenibilità sociale, economica ed ambientale; dobbiamo appropriarci di tematiche del futuro, non considerandole marginali o avvilenti la nostra professionalità, non lasciandole.

Dobbiamo chiedere alle nostre facoltà e a tutto il mondo accademico di essere in grado di formare l’ingegnere del futuro.

Dobbiamo chiedere al nostro Ente previdenziale e ai nostri ordini professionali di aggiornarci concretamente, quasi “educarci” ad affrontare il cambiamento, per una nuova professionalità. Di mettere in grado i giovani senza esperienza sul campo e i meno giovani così radicati nel pensare alla professione dell’ingegnere nella sua sola veste classica, di essere realmente al nostro fianco.

La possibilità vi è già, basta saperla leggerla fra le righe e le pieghe dell’attualità, basta crederci. E adesso sì, si può smettere di sognare, partendo da una seria e concreta riforma di INARCASSA. Per tutto ciò Ti chiedo di darmi fiducia.

 

Se condividi queste mie proposte ti chiedo di conservare la scheda elettorale che ti sarà inviata da Inarcassa (non sarà possibile ottenere altre copie per il voto di corrispondenza) e di darmi il tuo appoggio, scrivendo su di essa: Massimiliano Rossetti.

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